1) Le dinamiche insediative recenti
Le trasformazioni urbane che hanno interessato il territorio aquilano dagli anni Settanta in poi hanno avuto un’intensità tale da compromettere il legame tra l’immagine della città proveniente dal passato, quella di un insieme compatto di edifici, e il sistema insediativo oggi esistente.
A partire dall’articolazione storica del territorio aquilano, connotato da decine di borghi disseminati attorno alla città centrale, i processi insediativi hanno portato alla formazione di una vera e propria “città-regione” in miniatura. Un territorio metropolitano nel quale tutti i principali centri risultano ormai connessi tra loro, funzionalmente e fisicamente, in un unico sistema insediativo.
Si tratta di processi riscontrabili in molte parti d’Italia e d’Europa, accomunati dalle seguenti caratteristiche:
- distribuzione delle aree produttive per nuclei omogenei, lontani dai centri urbani originari;
- collocazione di poli specializzati di servizio in funzione dell’accessibilità;
- flussi di pendolarismo e mobilità pluri-direzionali;
- relazioni immateriali tra le diverse parti del territorio;
- forza centrifuga delle produzioni materiali e dei servizi di base;
- forza centripeta delle funzioni di governo.
Fra il 1990 e il 2000 in Europa sono stati urbanizzati più di 800.000 ettari di suolo: un’area tre volte più grande del Lussemburgo; e se questa tendenza proseguirà inalterata, si assisterà a un raddoppio del suolo urbanizzato nei prossimi cent’anni, con un impatto drammatico sui consumi di energia e di risorse territoriali e, soprattutto, sulle emissioni di gas serra ed i cambiamenti climatici. Un rapporto dell’Agenzia per l’ambiente dell’Europa sottolinea più volte la stretta correlazione fra deregolamentazione urbanistica e dispersione insediativa: “where unplanned, decentralised development dominates, sprawl will occur in a mechanistic way”, e si auspicano modelli compatti e policentrici di sviluppo urbano, già più volte invocati nei documenti di politiche di sviluppo territoriale dell’OCSE e dell’UE e, in particolare, nello Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo. Si sottolinea altresì che compattamento e policentrismo potranno essere effettivamente ed efficacemente realizzati soltanto attraverso piani elaborati alla scala pertinente (ovviamente sovracomunale) e con indirizzi forti e condivisi (Lo sprawl in Europa. La sfida ignorata, EEA, 2006).
Viceversa, le dinamiche incontrollate di urbanizzazione, ascrivibili a una generale tensione alla modernizzazione (spesso mal interpretata e d’accatto) del nostro Paese, aprono a due ordini di problemi nell’organizzazione del territorio.
Da un lato, le problematiche legate alla progressiva estensione dell’influenza della città sul territorio agricolo, dove gli usi economicamente più forti scalzano quelli tradizionali legati alla produzione agricola e, di conseguenza, alla produzione del paesaggio.
Dall’altro lato, invece, la questione del malfunzionamento e della scadente qualità del sistema urbano che ha smesso di rispondere a quel secolare processo di ricostruzione e riorganizzazione che presiede alla formazione delle nostre città storiche.
Si rende perciò necessario rilanciare il tema del conflitto tra domanda di spazi per insediamenti e mantenimento dei caratteri rurali e naturali, tanto più preziosi quanto sempre più rari. Allo stesso modo si impone la necessità di politiche nuove di riorganizzazione dell’assetto delle città, capaci di fornire risposte adeguate alle esigenze dei cittadini e delle imprese.
2) La forma urbana
All’Aquila, le tendenze alla diffusione e alla dispersione insediativa erano già tutte presenti prima del terremoto. La gestione del post-terremoto le ha, però, accentuato ancora di più.
Prima, con la realizzazione degli interventi del progetto C.A.S.E., che per nulla si distingue dai peggiori interventi di edilizia residenziale pubblica degli anni Settanta: grandi ensemble architettonici dove “deportare” i malcapitati, senza servizi e con deboli relazioni con i centri urbani: “grottesche metastasi condominiali” oppure “eterotropie che compongono il delirio di dispersione urbanistica su uno spazio rurale montano” citando Ciccozzi.
Successivamente, con la decisione del comune di allargare le maglie per la realizzazione di manufatti precari. Questo “liberi tutti” ha portato alla realizzazione di migliaia (4.000) di costruzioni precarie che costituiscono un’ipoteca pesante per il futuro della città.
Si può scorgere in questi interventi un tacito “patto di tolleranza” o di “reciproca convenienza” fra governanti e governati basato sul prevalere degli interesse degli uni e degli altri sul bene comune. Sull’uso dissennato del territorio per mantenere il consenso e per consolidare gli interessi fondiari, di potere o altro. Insomma, il territorio utilizzato come preziosa merce di scambio.
Queste spinte alla diffusione, la prima imposta dall’alto, la seconda indotta dal basso, hanno impresso un nuovo volto alla forma urbana dell’Aquila che ha perso ogni qualità dello spazio, in primo luogo di quello pubblico e collettivo. Ormai, il paesaggio aquilano è un esempio eloquente della sommatoria di ciò che Vittorio Gregotti ha definito “tipologie atopiche, regolate da ferree regole distributive interne”: spazi e funzioni urbane senza qualità architettonica, connessi in rete con altri analoghi nodi; contenitori localizzati in ogni direzione lungo le strade, ma senza rapporto con esse se non di tipo funzionale e simbolico; un pulviscolo di grandi e piccoli manufatti che, nell’insieme, denotano spazi socialmente, economicamente e spazialmente ai margini (distributori, ipermercati e outlet, edilizia sociale e lottizzazioni piccolo-borghesi, attrezzature di eccellenza e impianti produttivi).
Nella letteratura urbanistica, questa dispersione insediativa è descritta con un termine inglese: sprawl. Tradotto letteralmente, questo termine significa stravaccato, spaparanzato. In effetti, il problema non è soltanto la crescita delle città in termini di territorio urbanizzato ma anche la qualità della crescita stessa che avviene proiettando alla rinfusa nuovi contenitori e nuove funzioni urbane nel territorio agricolo circostante gli insediamenti, così producendo, utilizzando le parole di Charles Dickens “… quella terra di nessuno che pur non essendo né città, né campagna mostra il peggiore dell’una e dell’altra”. La frase dello scrittore inglese è del 1848, ma sembra assolutamente attuale.
Il problema all’Aquila non è dunque soltanto quello di arrestare l’insensato consumo di territorio agricolo ma anche quello di restituire la qualità urbana alla città, distrutta prima dal terremoto e messa poi i pericolo da interventi scoordinati, che traggono la loro giustificazione dalla fretta dell’emergenza piuttosto che dalla coerenza con una strategia, una visione, un’idea di città complessiva. Oggi più che mai è necessario respingere con fermezza l’idea dell’emergenza come pretesto per l’abuso di autorità”.
3) In quest’ottica, ripartire dal piano mi sembra un’eccellente parola d’ordine. Ripartire dal piano regolatore che ancora oggi è quello del 1975 (approvato nel 1979).
Va però considerato che la nebulosa urbana che oggi caratterizza tutta la conca de L’Aquila ha origine nelle forze centrifughe già avvertite fin dagli anni Trenta e assecondate ampiamente dalla pianificazione urbanistica degli anni Settanta. La dispersione che connota oggi il sistema insediativo aquilano è figlia anche di previsioni urbanistiche di trenta o quaranta anni precedenti.
Il Prg 1975 si presenta, infatti come un progetto imponente che prevede la saturazione del territorio compreso nell’ansa dell’autostrada, fra la linea ferroviaria e la bretella verso Aquila Est, la totale saldatura urbana lungo la strada statale n. 80 fino a Cansatessa, la localizzazione di tre immensi nuclei industriali lungo la linea ferroviaria e in corrispondenza dell’autostrada (Sassa, Pile e Bazzano) e il rafforzamento delle decine e decine di nuclei sparsi nel territorio aquilano.
Per comprendere la profonda trasformazione del territorio aquilano dal secondo Dopoguerra in poi, basta considerare i seguenti dati:
| anni Cinquanta | Prima del terremoto | Prg 1975 | |
| Densità insediativa | 92 ab/ha | 22 ab /ha | 16 ab/ha |
| Superficie insediata | 590 | 3.100 | 4.200 |
| Popolazione | 55.000 | 68.500 | 68.500 |
Se, fra i modelli insediativi, possiamo individuare due idee di città contrapposte, quella americana basata su una distesa di villette unifamiliari e i shopping mall come unici contenitori di una socialità asfittica e, viceversa, quella europea, densamente abitata e organizzata attorno a spazi pubblici vitali, viene da pensare che l’Aquila si stia velocemente americanizzando.
È dunque necessario ripartire dal piano, aggiornandolo però alle problematiche oggi emergenti. Fra queste, in un elenco sommario e certamente non esaustivo, possono essere elencate:
- le previsioni riguardanti il capoluogo si sono quasi tutte attuate. Sono però presenti notevoli quantità di aree che devono essere ripianificate (a partire dalle caserme)
- l’ingente quantità di aree a verde che caratterizza con vuoti e interruzioni la città ha bisogno di essere riconsiderata (800 ha)
- l’espansione dei nuclei e delle frazioni, prevista dal piano nel territorio aquilano, è avvenuta solo in minima parte
- il destino delle aree industriali, enormi riserve di spazio in gran parte inutilizzate (750 ha).
4) Che fare?
L’emergenza non può essere il pretesto per stravolgere le regole che governano l’assetto della città. Oggi all’Aquila, ripartire dal piano significa praticare concretamente quel “diritto alla città”, di cui parla Henri Lefebvre alludendo al “diritto di cittadinanza”. Significa ripartire da un progetto urbanistico condiviso come precondizione perché si possa realizzare una città più giusta.
Non si tratta dunque di recuperare l’urbanistica come strumento tecnico, come pratica amministrativa di garanzia e valorizzazione delle proprietà come nel caso del piano di ricostruzione, ma viceversa come piattaforma di ricostruzione della comunità e delle comunità. Non si tratta soltanto di “ricostruire la città” ma di “ricostruire con la città” per recuperare il suo capitale sociale e culturale oltre a quello patrimoniale.
Se fino a oggi, la pianificazione urbanistica è stata scartata come strumento utile alla ricostruzione dell’Aquila, se si è confidati soprattutto nella mano invisibile del mercato immobiliare (la valorizzazione economica degli immobili del centro storico è stato pensato come vero motore della ricostruzione nel decreto legge 39/2009), è necessario riappropriarsi degli strumenti di pianificazione. Non tanto o non solo per quanto riguarda un ritorno agli aspetti tecnici e concreti della ricostruzione, quanto alla loro essenza di piattaforma di discussione e partecipazione della comunità locale. A questo fine è urgente affrontare tre questioni:
I fabbisogni della città
La prima questione riguarda i fabbisogni della città. Che cosa serve all’Aquila per ripartire? Non c’è ancora oggi una chiara dimensione dei problemi. Nell’immediato, quante sono le abitazioni che servono, e quanti negozi e uffici, quanti servizi e quali? E poi: quali sono gli scenari a medio termine? Su quali attività, su quali risorse vogliamo puntare?
In urbanistica, ovviamente, la stima del fabbisogno si basa anzitutto su dati statistici elaborati da specialisti. Ma le prospettive di sviluppo (o meglio di trasformazione) hanno bisogno di una visione, di un progetto, alla costruzione del quale tutti devono essere chiamati a partecipare.
La linea rossa
Il futuro dell’Aquila deve però essere legato strettamente alla ri-costruzione – come è sempre avvenuto nella storia della città. Dopo ogni terremoto si è partito dal ri-costruire gli spazi urbani distrutti, magari migliorandoli dal punto di vista della sicurezza, della qualità architettonica, dell’aderenza ai desideri dei cittadini. Ma appunto: ricostruire sulle macerie per riacquistare la propria identità. Se non vogliamo perdere l’Aquila, dobbiamo concentrarci sul recupero di quello che è andato perduto, magari riprogettandolo, riempendolo di nuovi significati e funzioni, senza però cedere alle sirene che promettono nuove, fantastiche realtà, new town, appunto, senza però risolvere i guai della città esistente.
Allora mi sembra fondamentale partire da un limite. Un limite fra le aree urbane e quelle rurali. Un limite da individuare con una linea rossa sulla cartografia, per concentrare tutte le risorse – umane, economiche, culturali – disponibili sulla riorganizzazione della città intra-moenia, a partire dagli spazi deboli, sottoutilizzati o dismessi.
Le invarianti
Il territorio in generale, e la città in particolare, è il principale bene comune di noi tutti. Non è a indiscriminata disposizione ne dei tanti interessi economici, ne di tutte le esigenze individuali di noi cittadini. È necessario che ogni scelta di trasformazione sia presa nella piena coscienza delle nostre responsabilità, in primo luogo rispetto alle generazioni future.
Il “territorio bene comune” non è però un corpo unico e indistinto. È formato da una miriade di elementi di eccellenza: i beni culturali, anche quelli minori, gli spazi pubblici, le risorse ambientali. Sono gli spazi e i luoghi irrinunciabili della comunità, le invarianti non disponibili ai processi di trasformazione urbanistica. È necessario individuarli, denominarli, in un processo di elaborazione collettiva per ristabilire, nel processo di ricostruzione, quel legame profondo tra la civitas e la polis, tra la città sociale e la città fisica, che ha caratterizzato nel passato la nostra civiltà.
Alla fine bisogna però essere consapevoli che l’urbanistica è politica. E il piano urbanistico deve essere formato con le procedure e nelle sedi istituzionali previste. Ma la buona politica, per essere praticata, ha bisogno di una cittadinanza attiva.